Il Teatro Belli ha celebrato il 21° anniversario della morte di Giorgio Gaber con lo spettacolo musicale “Il profeta scorretto – Giorgio Gaber”, scritto e diretto da Riccardo Leonelli.
Sul palcoscenico si contrappongono due “signor G”: uno vestito completamente di bianco; il Gaber “reale”, ossia quello prematuramente scomparso nel 2003, ed uno vestito di nero; il Gaber dei nostri giorni, che riferisce al suo alter ego i cambiamenti intervenuti nella società negli ultimi vent’anni. L’incontro dei due personaggi diventa lo spunto per un dialogo sarcastico e surreale, perfettamente conforme allo stile del rimpianto cantautore milanese.
Dopo essersi arreso al fatto che lui è ormai morto, il signor G del passato pone a quello del presente una serie di domande su alcuni dei temi a lui più cari: a che punto è la libertà sessuale? Risposta: totale! Ed il “profeta” può esultare del fatto che questo lui lo aveva previsto. Ma l’identità sessuale “liberata” risulta – ahimè – inserita nella logica dello sviluppo e del consumo, finalizzata all’obiettivo di fare audience! Poi chiede notizie sulla vita politica italiana e viene a sapere che oggi la sinistra è rappresentata dal Papa e che la Chiesa non conta più niente, in quanto la società consumista si è “pappata” anche lei. E tutto questo “G” non poteva proprio immaginarlo!
Nel serrato scambio di battute tra i due Gaber non manca un ironico accenno all’impegno politico della “loro” comune moglie (Ombretta Colli) nelle fila del partito di “Forza Italia”. Berlusconi non viene nominato esplicitamente, ma Gaber lo definisce come colui che aveva in mano la gestione del riciclo dei soldi della mafia e che al terzo giorno dalla morte ci si aspettava sarebbe resuscitato. Una nota di attualizzazione della irriverente satira politica “gaberiana”.
Si sottolinea in modo chiaro il sentimento di delusione di Gaber verso la politica, sia di destra sia di sinistra, argomento per lui di grande interesse, come pure l’amara consapevolezza che la libertà sia soltanto un’illusione; siamo tutti chiusi in una gabbia elastica, in cui possiamo correre, ma dove alla fine veniamo respinti al punto di partenza, come palline che rimbalzano, nell’infinita illusione di essere liberi. Concetti che sono il fondamento dell’ideologia di Gaber.
I due attori, che si rivelano anche ottimi cantanti, interpretano una ventina di brani tra i più significativi del repertorio di Gaber, come “Io non mi sento italiano”, “Il tic”, “La ballata del Cerutti”, “Quello che perde i pezzi”, “Far finta di essere sani”, “Un uomo e una donna”, “L’illogica allegria”, “Destra-sinistra”, “Il conformista”, “L’obeso”. Uno spettacolo lungo oltre due ore, senza intervallo, in cui gli attori-cantanti vengono supportati da due validi musicisti: Lorenzo D’Amario alla chitarra ed Emanuele Grigioni alla fisarmonica e all’ukulele. Al termine della rappresentazione ci regalano due bis: “Lo shampoo” e “Un’idea” e fanno intonare al pubblico il ritornello de “La libertà”, manifesto della poetica di Gaber. Artisti generosi, che offrono con gioia il loro lavoro, senza risparmiarsi e riescono a tenere alta l’attenzione del pubblico per tutta la durata dello show, capaci di farci sognare un signor G che torni tra i viventi per farsi portavoce di una umanità devastata da una grave crisi di valori, angosciata da guerre, ingabbiata da istituzioni e poteri che divorano e distruggono ogni speranza di salvezza spirituale.
La loro esecuzione è lodevole, sia per preparazione musicale, sia per capacità interpretativa, e tale da riuscire a far rivivere sotto gli occhi del pubblico la figura di Gaber nella sua complessità; il timbro della sua voce, la sua mimica facciale, i suoi gesti teatrali, le sue eleganti movenze. In particolare complimenti a Riccardo Leonelli, che oltre ad essere l’autore ed il regista dell’opera, ne è anche l’interprete, nel ruolo del “signor G in bianco”. Il suo identificarsi nel personaggio è evidentemente il frutto di uno studio meticoloso ed accurato, ma soprattutto testimonianza di un amore profondo per l’uomo e l’artista. Riprendendo lo schema del teatro/canzone, caratteristica modalità espressiva di Giorgio Gaber, Leonelli ci offre una performance che richiama molto da vicino il vero Gaber. La sua emulazione non eccede però mai la misura; resta invece rispettosa della personalità unica dell’eclettico artista, di cui riesce a trasmettere il messaggio di malinconica disillusione sull’evoluzione morale della società, la sua rabbia per le ingiustizie e le guerre, che genera il coraggio della denuncia, la sua raffinata ironia, attraverso la quale passano accuse a volte anche violente e la sua insofferenza per un mondo corrotto e immorale.
“G” ha ancora tante domande da porre al suo compagno di scena, il Gaber degli anni attuali, interpretato con grande bravura da Emanuele Cordeschi: il mondo è cambiato, ma ha la sensazione che non sia cambiato in meglio. In effetti deve constatare: “La mia generazione ha perso” (come recita il titolo di un suo disco del 2001), anzi l’umanità intera ha perso. Ed anche questo lui lo aveva previsto. Ma il tempo degli spiriti è breve e sta per scadere. Prima di andarsene “G” chiede se la tecnologia è avanzata. Gli risponde il “G” di oggi che adesso si vive sui “social”, che non c’è più nessuno che sappia l’italiano, d’altra parte non occorre più saperlo: previsto! La scuola, gli intellettuali inutili: previsto! Lo Stato: pavido ed impotente, la Chiesa sprofondata. Tutto previsto!
Ma una cosa il signor G non aveva previsto: il “politically correct”.
Cosa vuol dire? Che non si è più liberi non solo di parlare, ma neanche di pensare. I cantanti devono cantare, non fare comizi (riferimento polemico alle esternazioni di esponenti dell’attuale governo di destra). E di ridere? Sì, ma in silenzio! Allora era quasi meglio la censura protettiva della RAI, conclude il “signor G in bianco”!
La conclusione finale è che Giorgio Gaber aveva previsto tutto riguardo all’evoluzione della società. Tutto tranne il “politically correct”.
Il messaggio di riscatto finale, straordinariamente attuale, è di non insegnare ai bambini la nostra morale, ma la magia della vita.
L’originale drammaturgia di Riccardo Leonelli ci offre una rievocazione “corretta” di questo geniale profeta (politicamente) “scorretto” forse, ma impareggiabile pensatore, capace di emozionare e trascinare il pubblico di più generazioni. Un “poeta della libertà”, che ci trasmette messaggi e sentimenti profondi con ironia e appassionante forza e di cui sentiamo forte la mancanza.
Applausi interminabili ed accoglienza entusiasta fuori dalla scena per questi straordinari artisti e per una prova di grande livello: complimenti a tutti!
Lasciarsi immergere in queste due ore di spettacolo significa sognare ad occhi aperti che Giorgio sia ancora tra noi, con il suo dolce sorriso, la sua rabbia infuocata per le tante sopraffazioni della nostra società, la sua capacità di trasmettere un senso puro e luminoso della vita, insieme alla sofferenza e all’amarezza per le disillusioni che questa inevitabilmente ci porta, e – nonostante tutto – il suo sempre forte amore per la vita, il suo indomito spirito libero, il suo esempio di uomo e di artista specchio dei tempi, coerente ed illuminato.
Eccolo davanti a noi, ancora oggi lui, il “signor G”; “l’uomo più evoluto Che si innalza con la propria intelligenza E che sfida la natura Con la forza incontrastata della scienza Con addosso l’entusiasmo Di spaziare senza limiti nel cosmo E convinto che la forza del pensiero Sia la sola libertà”.
Grazie Giorgio per il tuo insegnamento e grazie a Riccardo Leonelli, Emanuele Cordeschi, Lorenzo D’Amario ed Emanuele Grigioni, che con grande sensibilità artistica hanno saputo farci rivivere il nostro amatissimo, immortale “signor G”.
