“IL GRANDE GRABSKI” al Teatro de’ Servi a Roma dal 5 al 17 dicembre 2023
di Paola Ciamarra

Il Grabski di questa brillante commedia, parodia de “Il grande Gatsby”, eroe del celebre romanzo di Francis Scott Fitzgerald, è un simpatico e bizzarro psicoanalista, la cui fama si rivela ben presto fondata più sulla sua spregiudicata abilità istrionica che su reali competenze mediche.
Sul lettino del dr. Grabski si presenta Maurizio, un 47enne in crisi con le donne, che – spinto dalle pressioni della moglie Francesca – cerca nella psicoanalisi una soluzione al suo problema di “orgasmo intempestivo”, che rischia di compromettere irreparabilmente il suo matrimonio.
La terapia dell’avido dr. Grabski, il cui fine principale è palesemente quello di “lucrare” sulle sventure del povero malcapitato, attinge con disinvoltura a diverse scuole di pensiero: da Freud, a Lacan, a Jung, guidando il suo paziente in un confuso e alquanto fantasioso percorso terapeutico. Nella sua analisi l’eccentrico psicoanalista giunge a conclusioni arbitrarie ed azzardate, come quella di voler ravvisare nel suo assistito i sintomi evidenti di una latente omosessualità. Maurizio ovviamene non ci sta ed il suo disappunto trova sfogo in un susseguirsi di divertenti reazioni e proteste verbali.
Dettagliati riferimenti a concetti e principi dei grandi maestri della psicologia, quali interpretazione dei sogni, complesso di Edipo, archetipo femminile della “Grande Madre”, transfert, inconscio e rimozione, alimentano i dialoghi tra il medico-imbroglione ed il paziente sempre più perplesso sull’attendibilità del suo terapista. Le sedute si trasformano così in una sorta di scherzose “lezioni di psicoanalisi”, facendosi scenario di gag e battute di una avvolgente comicità, che catturano lo spettatore e lo trascinano in un crescendo di risate. Nel contempo però vengono offerti interessanti spunti di riflessione sulle relazioni che legano gli individui e su sentimenti, frustrazioni e sensi di colpa che spesso ne sono alla base. L’ottima scorrevolezza dei dialoghi e quindi dello spettacolo nel suo complesso è raggiunta e sostenuta proprio dalla lodevole combinazione di un efficace adattamento teatrale (di Marco Rinaldi e Paolo Vanacore del romanzo dello stesso Marco Rinaldi), e delle capacità interpretative dei due attori protagonisti: Toni Fornari (nel ruolo di Maurizio) e Riccardo Bàrbera (il dr. Grabski). L’irresistibile verve umoristica di questi ultimi garantisce il successo del pubblico in sala.
Mentre Maurizio si sottopone al trattamento terapeutico del bizzarro dr. Grabski, con sempre minor fiducia e speranza di ritrovare sé stesso, la moglie Francesca “sublima” le sue pulsioni sessuali insoddisfatte dedicandosi allo yoga e ad altre discipline orientali. In questa ricerca di elevazione spirituale segue con profonda dedizione la guida di uno pseudo-maestro, altro truffatore, che porterà la donna a dissipare tutti i risparmi del marito per poi abbandonarla.
Nel frattempo Maurizio, sollecitato dalla psicoterapia, arriverà a ridefinire in modo radicale tutte le sue più significative relazioni sociali; a partire dal rapporto con i propri genitori, da cui non si era mai veramente emancipato. Poi quello con il suo datore di lavoro, dal quale non era mai riuscito a farsi rispettare e quindi quello con la moglie, da lui sempre sopravvalutata, ma che in fondo lo aveva soprattutto e costantemente manipolato. Dal loro primo incontro sulla scena infatti Francesca aveva assicurato Maurizio che la loro storia d’amore sarebbe andata bene soltanto se lui avesse fatto sempre quello che le avrebbe detto lei. E Maurizio aveva accettato questa condizione senza battere ciglio.
Il protagonista infine cambia atteggiamento anche con il suo psicoterapeuta, che ha ormai smascherato nella sua assoluta inconsistenza professionale. Ora può porsi sul suo stesso piano e permettersi addirittura di prendersene gioco, di inventare sogni mai sognati, di descrivergli eventi di pura immaginazione.
Alla fine quindi Maurizio si ribella a tutti i manipolatori a cui si è sottomesso durante la sua vita di relazione e fa emergere il suo ego. Risultato: si libera (non solo metaforicamente) del legame con i genitori, rinfacciando loro tutti gli errori e le colpe di cui si sono resi responsabili nella vita. I due moriranno di crepacuore per il dispiacere di avere sbagliato quasi tutto nei confronti del figlio, al quale chiederanno umilmente scusa.
Ai suoi datori di lavoro Maurizio dirà cosa pensa di loro e verrà quindi licenziato.
Infine, con la ritrovata aggressività e fiducia in sé stesso, riesce a recuperare una soddisfacente vita sessuale ed a riconquistare così l’amore di Francesca, ma… colpo di scena! Sarà lui stesso a lasciare per sempre la moglie, che lo aveva abbandonato in un momento di difficoltà per rifugiarsi dal suo maestro di yoga. Da un difetto di pronuncia della moglie (la cosiddetta “zeppola”) – da Maurizio completamente dimenticato – ma che ora improvvisamente riaffiora persistente e sgradevole agli occhi di lui – il “nuovo” Maurizio capisce di non essere più attratto da Francesca. Adesso ne è certo: non è lei la donna della sua vita ed ha finalmente la forza di dirle che non la ama più e di cacciarla dalla sua casa.
Senza genitori, senza moglie, senza lavoro e senza più risparmi Maurizio proverà inizialmente un senso di fallimento… ma questa sensazione lascerà subito il posto ad uno stato di liberazione e di rinnovato benessere psicofisico.
Morale della commedia è che forse alla fine, anche una terapia improbabile e bizzarra che ci spinge comunque a mettere in discussione ciò che diamo per scontato, irrinunciabile e fondamentale per la nostra vita, può indurci ad una positiva reazione di rottura, ad affrontare quel “salto nel vuoto” che ogni cambiamento importante può rappresentare. O anche può significare che in uno stato vitale dove regnano sopportazione e frustrazione, dove ristagna una situazione deprimente di inerzia, ossia quando si è per così dire “toccato il fondo”, ecco che forse si può (e si deve!) solo risalire. Lo stato di repressione e depressione possono essere la premessa e lo stimolo per una sana ed egoistica reazione: ricercare il proprio equilibrio in sé stessi; riuscire a capire chi veramente siamo, cosa vogliamo, cosa è giusto per il nostro benessere, senza preconcetti, senza condizionamenti e dipendenze affettive, in un eroico sforzo volto al superamento delle nostre paure più profonde. Da questo punto di vista la storia di Maurizio diventa la storia di ognuno di noi; ci viene istintivo identificarci nella sua insoddisfazione, nella sua ricerca di sé.
Nel finale della rappresentazione, Maurizio ringrazia lo sbigottito dr. Grabski per gli obiettivi raggiunti grazie alla psicoterapia: la riconquista del proprio “sé”, la consapevolezza che porta alla sospirata capacità di autodeterminazione. Maurizio si allontana poi dal pubblico libero e leggero, abbracciando allegramente il suo psicoterapeuta. Questo gesto conclusivo, come tutto il testo teatrale, esprime un atteggiamento ironico ed irriverente verso la psicologia come metodo scientifico, ma è forse anche immagine e simbolo di una serenità ritrovata nell’accettazione consapevole di una omosessualità non più inibita, grazie proprio alla terapia seguita …Allora forse lo strampalato dr. Grabski aveva ragione? Poco importa, in fondo, sapere quale è il futuro o l’orientamento sessuale del protagonista alla fine del suo percorso. Quello che resta è il messaggio di incoraggiamento rivolto a tutti noi ad affrontare i nostri fantasmi, a mettere in dubbio le nostre certezze, a ricercare sempre il contatto con il nostro sé più vero, anche a costo di qualche sacrificio o errore. Anche perché il risultato potrebbe sorprenderci positivamente!
Fino al 17 dicembre a Roma è possibile assistere e condividere con Maurizio questo avvincente “percorso evolutivo”! Un’ora e mezza di umorismo dissacrante e ricercato; uno spettacolo veramente piacevole con personaggi seducenti; affrettatevi quindi a prenotare la vostra poltrona al cospetto del grande Grabski!




