
Il 9 ottobre 1963 una frana proveniente dal Monte Toc, tra Friuli-Venezia Giulia e Veneto, invase le acque del bacino idroelettrico artificiale del Vajont, provocando un’imponente inondazione, che distrusse i paesi dell’omonima Valle, causò la morte di oltre 2000 persone, tra cui circa 500 minorenni, danneggiò gravemente l’agricoltura ed il patrimonio zootecnico locale, sconvolgendo l’intero ecosistema di quel territorio.
A distanza di sessant’anni, la Mic International Company, in coproduzione con il Teatro Stabile Friuli Venezia Giulia, e in collaborazione con la Compagnia della Rancia, porta in scena una nuova lettura di quella che è stata una delle più gravi catastrofi geologiche del secolo scorso. Per l’anteprima dello spettacolo la produzione ha scelto come “palcoscenico” il luogo stesso della tragedia: la diga del Vajont, a testimonianza di un teatro che si prospetta come narrazione e ricostruzione storica e che si pone come obiettivo ambizioso la ricerca della verità, che come ci dice l’autore, “non sempre sta nel mezzo; anzi per lo più sta esattamente da una sola parte”.
Testo e regia sono affidati al friulano Andrea Ortis, voce narrante della pièce, che parte innanzitutto da una puntuale cronistoria dei fatti che hanno preceduto e portato alla tragica vicenda, basata su documenti originali messi a disposizione dall’Archivio di Stato di Belluno.
Due sono gli ambienti scenici in cui si muove lo spettacolo: da un lato lo studio dell’Ing. Carlo Semenza, il tecnico-progettista che aveva ideato e costruito la diga del Vajont, all’epoca la più alta del mondo, commissionata dalla SADE, Società Adriatica di Elettricità, che poi avrebbe dovuto venderla allo Stato-sponsor, realizzando così la nazionalizzazione dell’industria elettrica italiana, dall’altro la casa di Tina Merlin, la coraggiosa giornalista ed ex partigiana, che per prima si mette dalla parte delle popolazioni colpite, e comincia a pubblicare su “L’Unità” una serie di articoli in cui dichiara la pericolosità della diga ed annuncia profeticamente l’imminente tragedia ambientale. La Merlin svela senza mezzi termini anche le ignobili motivazioni che furono alla base dell’occultamento dei risultati (allarmanti) delle perizie tecniche e dei collaudi: lo spietato interesse economico che dominava la vita politica, calpestando i diritti di tutela e sicurezza dei cittadini e corrompendo anche la scienza, al solo scopo di favorire il tornaconto della classe sociale che deteneva potere e ricchezza. La sua denuncia le costerà un processo per “diffusione di notizie false”, accuse dalle quali verrà fortunatamente assolta.
Temi drammaticamente attuali questi, come attuali sono gli altri argomenti affrontati nella pièce: il problema della ricerca di nuove fonti di energia ed il rapporto disarmonico tra uomo e ambiente, che vede l’uomo, in preda ad una cieca avidità, dedito allo sfruttamento incontrollato delle risorse della terra e della natura. Basti ricordare a tal proposito quanti altri (troppi!) disastri ambientali “annunciati” hanno devastato il nostro paese dopo i fatti del Vajont: le alluvioni di Firenze e di Sarno, il disastro della Val di Stava, i terremoti di Amatrice e di San Giuliano di Puglia, la valanga di Rigopiano, il crollo del Ponte Morandi, a testimonianza che – in questi 60 anni – poco o niente è cambiato nell’uomo, nella società, nella vita politica del nostro paese. Segno anche della complessità della relazione che lega e ogni organismo vivente alla natura ed all’ambiente.
L’accurata descrizione della tragedia e dei fatti processuali del Vajont si alternano ad una affascinante ricostruzione storica dell’Italia del secondo dopoguerra, tra gli anni ’40 e ’60: dalla vita politica ed economica, all’evoluzione artistica e culturale, dai costumi e tradizioni popolari e contadini, allo sviluppo tecnologico e civile, proprio degli anni del grande “boom economico”. Il monologo narrativo di Andrea Ortis, che descrive ed interagisce con lo spettatore, con cui si confronta provocandone la partecipazione attiva, lascia poi spazio alle immagini in videoproiezione, ai commenti musicali ed alle canzoni interpretate dal vivo dai validissimi attori, che supportano la scenografia, dando ulteriore forza evocativa ed emozionale alla rappresentazione. Il pubblico viene così accompagnato in un interessantissimo e coinvolgente viaggio nel tempo.
Ma il dramma del Vajont non è un dramma circoscritto nel tempo e nello spazio; la sua storia – come dice il titolo stesso dell’opera – è la storia di tutti noi; perché ognuno ha il suo dolore, la sua esperienza di ricerca faticosa di giustizia, di verità, di soluzioni eque, a fronte di strategie ingannevoli e fuorvianti. E’ l’eterna la lotta del bene contro il male.
Ortis-narratore afferma che “tutti” in Italia non lo siamo mai, perché l’altro per lo più “ci infastidisce”, ma il “dolore” comune può tenerci uniti e cita, a tal proposito, la triste vicenda di Alfredino Rampi, il bambino caduto in un pozzo artesiano, che tenne con il fiato sospeso un paese intero, tenuto “insieme” appunto da un dolore condiviso. Ma ciò che unisce, oltre al dolore, è la paura. La paura della catastrofe, della perdita degli affetti, dei beni, dei luoghi della nostra storia, ossia di spazi, oggetti, ricordi che abbiamo “abitato”, che fanno parte della nostra vita e che costituiscono i nostri connotati “identitari”, senza i quali non ci sentiamo più noi stessi. Ecco un atro trauma che gli abitanti della Valle del Vajont sono stati condannati a subire; profondo, sottile ed intimo. Nello spettacolo viene evidenziato con grande precisione, mettendolo in relazione non solo alle distruzioni provocate dalla calamità naturale, ma anche alla indiscriminata attività di esproprio di terreni realizzata dalla SADE, a partire dal 1948, per poter edificare la diga. Apparentemente quindi per fini di “pubblica utilità”; in realtà per la bramosia di facili guadagni da parte di imprenditori senza scrupoli, forti del sostegno di uno Stato debole e connivente.
Fin qui la denuncia, precisa ed appassionata.
Ma il “Il Vajont di tutti” ci offre anche “Riflessi di speranza”. E la speranza viene da tutti coloro che, con forza e dignità, scelgono di andare avanti, partendo dal passato, mantenendone vivo il ricordo e l’insegnamento. Da una umanità che non si arrende e si pone sulla strada della ricerca della verità e da questa riparte, pur nella consapevolezza dei propri limiti. Da chi ha voglia di assumersi le proprie responsabilità nel costruire un mondo migliore, perché il cambiamento è possibile e parte da ognuno di noi. La speranza è quella di chi crede ancora possibile che singoli individui si uniscano sulla base di un obiettivo di “bene comune”, facendo leva su un terreno identitario condiviso da cui nasca la solidarietà.
Forse in questi “riflessi” troviamo la risposta alla domanda che viene posta all’inizio e ripresa poi alla fine dello spettacolo: “Perché sono vivo?”. La vita di ognuno può conquistare nuovo valore e significato in questa prospettiva di unità partecipe e solidale.
“Il Vajont di tutti – Riflessi di speranza” si configura dunque come teatro di denuncia, ma anche e soprattutto come teatro sociale. Al valore del testo si aggiunge quello di una compagnia di attori poliedrici, di grande talento, capaci di commuovere, emozionare e catturare l’attenzione dello spettatore per l’intera durata (2 ore e mezza) dello spettacolo.
L’opera, dopo le prime rappresentazioni in Friuli e Veneto, è approdata ieri a Roma, al Teatro Ambra Jovinelli, dove ha riscosso un meritatissimo successo. Il prossimo appuntamento sarà il 24 p. v. a Pescara al Teatro Circus; proseguirà quindi il suo tour in tutta Italia nei teatri e nelle scuole, per esprimere la sua denuncia, per tenere viva la memoria e per divulgare un messaggio di speranza… tante valide ragioni per non perdersi l’appuntamento con “Il Vajont di tutti” di Andrea Ortis!
A cura di Paola Ciamarra
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