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Attualità

La banalità del male

Per non dimenticare. Per capire. Perché non accada mai più.

In concomitanza con la “Giornata della Memoria”, che si celebra in tutto il mondo il 27 gennaio, si è conclusa a Roma una settimana densa di iniziative dedicate alla commemorazione delle vittime della Shoah.

Tra queste merita di essere menzionato lo spettacolo del Teatro Belli, che ha proposto, per il secondo anno consecutivo, “La banalità del male”; riduzione e adattamento teatrale di Paola Bigatto e Anna Gualdo del celebre e controverso libro della filosofa, politologa e storica tedesca Hannah Arendt (1906 – 1975).

Il testo originale, pubblicato nel 1963, nasce come reportage giornalistico che l’autrice redige in qualità di inviata al processo contro il criminale nazista Otto Adolf Eichmann, per il periodico statunitense “The New Yorker”. A causa delle sue origini ebraiche la Arendt aveva dovuto lasciare la Germania nazista; si era trasferita dapprima a Parigi e successivamente a New York, dove era entrata a far parte attiva della comunità ebraica tedesca. Qui poté dedicarsi all’insegnamento ed alla scrittura.

“La banalità del male” viene rappresentato sulla scena come una sorta di lezione-conferenza, in cui la Gualdo, che interpreta il ruolo della Arendt, parte da una ricostruzione storica dello sviluppo dell’antisemitismo in Germania dal 1933, anno in cui gli ebrei vennero esclusi dai pubblici uffici, alle famigerate “Leggi di Norimberga” (1935), che vietavano le unioni tra ebrei e non-ebrei, alla tragica “notte dei cristalli” (1938), con i pogrom antisemiti, che causarono circa 200 morti, fino alle deportazioni nei campi di sterminio e le esecuzioni di massa. Traccia poi una breve biografia di Eichmann, un uomo modesto, di basso livello culturale, che, dopo aver svolto lavori umili, fu “inghiottito” (come lui stesso dichiarò) dal partito nazionalsocialista tedesco, a cui aderì non per passione o fede politica – non ne conosceva neanche il programma! – ma attratto da mere prospettive di carriera. Intuì che la “questione ebraica” poteva diventare un mezzo per la sua affermazione e così cercò di approfondire la conoscenza dell’ebraismo, recandosi anche in Palestina. In breve divenne capo del dipartimento della Polizia tedesca che si occupava dell’emigrazione forzata degli ebrei.

Quando Hitler abbandona l’idea dell’immigrazione, perché impraticabile, ed opta per la “soluzione finale”, tutti i gerarchi sono razionalmente già pronti allo sterminio, in primis lo stesso Eichmann. E questo la Arendt ce lo spiega come il risultato di un sistema che il Nazismo (come tutti i totalitarismi) mette in atto per coinvolgere ed asservire i propri adepti: fare leva su persone prive di coscienza e  di conoscenza; sostanzialmente incapaci di vedere la realtà da un punto di vista obiettivo, di avere una idea propria e quindi di essere anche in grado di cambiarla, se opportuno. Uomini incapaci perfino di distinguere il bene dal male, privi pertanto di motivazioni ideologiche. Uno degli strumenti principali per annullare ogni coscienza morale è il ricorso ad un sistema linguistico menzognero. In un contesto di malvagità disumana il presupposto morale per sopravvivere è ingannare sé stessi; la parola serve a questo: nascondere la realtà. Lo sterminio è “la soluzione finale”, la guerra è la “lotta fatale”, è qualcosa voluta dal destino. Il Nazismo non usa mai parole di morte, ma soltanto termini astratti, atti a nascondere la realtà, la spietatezza dei fatti, a far tacere qualsiasi senso di colpa.  Ecco il male profondo del Terzo Reich: eliminare la “tentazione”: quella di mettere in dubbio un’opinione, un ordine proveniente dall’alto; chi pensa può cambiare idea, può partorire nuove idee. Chi non è in grado ubbidisce. Eichmann accolse con entusiasmo la “soluzione finale”; egli si sentì libero da ogni colpa; non ebbe nessuna crisi di coscienza. Si sentiva parte di un progetto grandioso, unico al mondo. Divenne quindi l’organizzatore dei trasferimenti degli ebrei verso i campi di concentramento, ebbe il potere di decidere della morte di migliaia di persone. Per la Arendt egli era un essere “sovrumanamente inumano”; il risultato di un sistema che porta alla deviazione dell’innata pietà umana verso sé stessi. Ella respinge per lui l’accusa di una “eccezionale, mostruosa malvagità”; Eichmann si limita ad eseguire in modo acritico degli ordini, quale perfetto burocrate inserito in un sistema che sfrutta la sua superficialità senza il sostegno della profondità del pensiero.

Egli è un piccolo mediocre ordinario essere umano, incapace di distinguere il bene dal male. Per dimostrarlo si sofferma sull’analisi del linguaggio usato dal criminale; un linguaggio burocratico, pieno di slogan, di cliché, fatto di parole e frasi “esaltanti”. Come lui stesso sosteneva, la sua mente non era “offuscata da alcuna conoscenza”. Non uno stupido, ma un uomo privo di idee, un uomo fuori dalla realtà, cosa che lo predisponeva ad essere un criminale. Ecco la portata polemica del testo della Arendt che tanto fece discutere dalla sua pubblicazione; la sua convinzione che Eichmann, e con lui il Nazismo non siano tanto espressione di una crudeltà “assoluta”, quanto piuttosto di mancanza di capacità di valutazione effettiva della realtà e di senso si responsabilità, perché uomini mediocri, comuni, banali. Il Nazismo incarna il male assoluto proprio per il fatto di aver indotto degli uomini ordinari (non dei mostri!) a compiere crimini orrendi.

Il pensiero della Arendt ha suscitato forti reazioni, in quanto la sua teoria sembrerebbe deresponsabilizzare l’imputato. In realtà invece ella ribadisce la gravità dei crimini di guerra e contro l’umanità commessi dal criminale di guerra tedesco; sottolinea che ciascuna delle 15 imputazioni di cui fu accusato e riconosciuto colpevole lo rendevano passibile della pena di morte, da lei chiaramente condivisa. La sua analisi è piuttosto un approfondimento psicologico della personalità di Eichmann, un tentativo di indagare le origini di un male così incomprensibile e disumano.

La versione di Anna Gualdo rispecchia perfettamente questa linea di pensiero: il processo di Eichmann è un dramma “spettacolare” che qui si compie effettivamente su un palcoscenico, dove il protagonista deve essere processato, difeso e giudicato per le azioni commesse. La condanna a morte non può che essere unanime.

La pièce si conclude mettendo a confronto il comportamento del protagonista con quello di un eroe, Anton Schmid, un militare austriaco che verrà condannato a morte per aver salvato la vita a centinaia di ebrei. Egli non rinunciò alla facoltà di giudizio ed ebbe il coraggio di opporsi allo sterminio nazista, anche a costo di morire, perché la propria coscienza non gli avrebbe permesso di convivere per il resto della vita con un assassino: sé stesso.

Bello vedere una platea di giovani e studenti assistere ad uno spettacolo che riesce a comunicare in modo didascalico concetti complessi, che vanno oltre l’obiettivo primario della memoria, per non dimenticare. “La banalità del male” propone spunti di riflessione per cercare di capire come sia potuto accadere che l’umanità si sia macchiata di delitti così orrendi e sperare che non possa accadere mai più.

 

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