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#MuseumFatigue, a distanza di 110 anni la stanchezza dei musei si avverte

Il termine coniato nel lontano 1916, sembra sempre più "moderno"

#MuseumFatigue, a distanza di 110 anni la stanchezza dei musei si avverte. Termine coniato in quel lontano 2016, ma sempre più moderno. Ormai siamo sempre più “ostaggio” del virtuale, del digitale. Il reale annoia, il virtuale interessa. Il reale ci conduce nella morsa del torpore. Il virtuale passa quasi come se fosse scienza. Purtroppo non dipende dal museo in sé, ma proprio della realtà che viviamo. Sempre più digitalizzati e meno avvezzi all’analogico. In ambito “museologico” tale situazione si chiama: Museum Fatigue! Una condizione nella quale l’uomo si affatica a concentrarsi, anche davanti a un’opera. Pare che l’uomo riesca a concentrarsi – oggigiorno – neanche mezzo minuto. Calcolando che un minuto corrisponde a sessanta secondi, non arrivare neanche a mezzo minuto, preoccupa non poco. Davanti a un’opera un visitatore si concentra per ventisette secondi.

#MuseumFatigue, per invertire la rotta occorre raccontare e non osservare?

Ventisette secondi al massimo, equivale al niente praticamente. Seguendo la logica digitale, forse per venire a capo di questa situazione museologica, bisogna adeguarsi ai tempi attuali. A un ritmo più “moderno”: eludere il vecchio metodo per passare al nuovo. Accantonare all’ormai obsoleta prassi di sempre (ove bastava solo osservare) per evolversi ad un’altra prassi: quella di raccontare. Insomma chi visita i musei è rapito da tale esperienza se si racconta, descrivendo e contestualizzando. Non basta più dunque limitarsi ad osservare un’opera o un dipinto, occorre anche che si narra: su tutto ciò che afferisce all’opera in cui ci troviamo di fronte. Non trascurando nessun dettaglio, per esemplificare: anche come l’opera in oggetto, è stata restaurata. Se magari è stata affrescata recentemente, in che periodo e motivando. Forse è l’antidoto per guarire dalla Museum Fatigue?

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