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Si chiama ‘abilismo’, si legge ‘diritti civili mancati’

'Liberi di fare' lotta per assistente personale per disabili

Non solo omofobia, sessismo, razzismo. Anche abilismo. Nell’elenco delle parole che indicano mancanza di pari opportunità, ‘abilismo’ è un termine per lo più sconosciuto che indica le discriminazioni verso le persone disabili. A porre l’attenzione non per un fatto linguistico ma di ingiustizie subite dai disabili è ‘Liberi di Fare’, una rete di attivisti nata nel 2017 che si batte per il diritto alla libertà delle persone disabili attraverso l’assistente personale.

Lo spiega Elena Paolini, una delle fondatrici della rete, composta in gran parte da persone disabili: “Il problema è che si parla poco di abilismo quando si pensa alla giustizia sociale: la disabilità non è considerata come un’identità sociale e politica ma solo come condizione medica. Il concetto di abilismo, in inglese ‘ableism’, non è diffuso dai media che non offrono rappresentazioni realistiche della disabilità, privilegiando storie strappalacrime”.

Eppure, la non autosufficienza “non è una condizione tragica e deprecabile. La tragedia della non autosufficienza è non avere assistenti personali, ossia il mancato sostegno dello Stato”.

Tutto nasce poco più di un anno fa quando Elena (che ha studiato relazioni internazionali) e la sorella Maria Chiara (una formazione in lingue e didattiche delle lingue), entrambe non autosufficienti, residenti a Senigallia, scrivono una lettera aperta al Presidente del Consiglio per richiamare l’attenzione sulla scarsità dei fondi destinati all’assistente personale.

Ossia quelle persone che sono braccia e gambe di chi non ha braccia e gambe tali da permettano di lavorare, uscire, impostare la vita con autodeterminazione. L’assistente personale può essere di aiuto guidando la macchina, cucinando, rifacendo il letto, oppure prendere il portafoglio e pagare un commesso.

“Avere l’assistente personale è soltanto un modo come un altro di vivere”, dice Elena.
In Italia non esiste una legge nazionale che garantisce la presenza di questa figura professionale, anche se – come ricorda Elena – la Convenzione Onu sui diritti delle persone disabili ratificata da noi nel 2009 ne parla chiaramente. Ogni regione è lasciata libera di legiferare in materia, “il che si traduce in una sostanziale indifferenza e pochi fondi”. Le persone disabili hanno solo tre opzioni: pagarsi l’assistente di tasca propria, dipendere dalla famiglia o dagli amici, finire rinchiusi in una casa di cura, “luoghi simili alle prigioni, salvo che le persone che vi risiedono non hanno commesso alcun reato”.

Nessun contatto finora della rete con le istituzioni nazionali, tanto meno con il neonato Ministero della disabilità: “Purtroppo – afferma Elena – un governo che attacca le minoranze, migranti, rom o donne, non promette bene neanche per le persone disabili”. Nel primo anno di attività, ‘Liberi di fare’ ha dato origine ad alcuni sedi locali e ha promosso in una ventina di città due manifestazioni, cortei festosi con colori e slogan positivi, una sorta di mini Pride. Una terza manifestazione è in programma per la prossima primavera.

Intanto, è impegnata nella formazione, in incontri nelle scuole, nella condivisione di buone pratiche di advocacy (www.liberidifare.it). In cantiere anche un corso diretto a giornalisti su come parlare di disabilità.

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